“Le donne hanno sempre dovuto lottare doppiamente. Hanno sempre dovuto portare due pesi, quello privato e quello sociale. Le donne sono la colonna vertebrale delle società.”
RITA LEVI-MONTALCINI

Ora più che mai queste parole riflettono la quotidianità di molte donne, le quali da sempre sono vittime di violenze di ogni genere, e l’incremento di queste durante gli anni ci fa sempre rabbrividire. All’interno della società e della carriera lavorativa le donne incontrano sempre più difficoltà a causa delle discriminazioni di genere. Proprio durante il periodo pandemico sono state proprio loro a risentire del lockdown in modo particolare riguardo i due fronti citati precedentemente: le violenze e il lavoro.

Le due catene delle prigioniere.

Sempre più scarpe rosse.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha sottolineato che le misure restrittive adottate per contenere e gestire l’emergenza COVID-19 (es. quarantena, isolamento sociale) possono esacerbare il rischio di violenza contro le donne. In effetti, secondo i rapporti di oltre 142 paesi del mondo, la violenza contro le donne è cresciuta proprio come conseguenza delle misure governative utilizzate per ridurre l’impatto della pandemia COVID-19. Un fenomeno che non sorprende se guardiamo alle statistiche relative alle epidemie passate, anche in relazione all’importante recessione economica che gli stati hanno dovuto fronteggiare, e al concomitante aumento del consumo di droghe e alcolici. Il fenomeno ha raggiunto dimensioni tali che l’agenzia delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere ha parlato di “shadow pandemic” (pandemia ombra) per definire l’intensificarsi, in questo periodo, di abusi fisici o psicologici sulle donne a opera di partner, ex, parenti o conoscenti.

Statistiche Istat alla mano, dopo un iniziale crollo del 55% delle chiamate al 1522 (numero rosa antiviolenza) nelle prime due settimane di marzo 2020 (da 1104 a 496 casi), in Italia durante il primo periodo di confinamento e subito dopo la fine di questo le chiamate valide al numero antiviolenza sono aumentate del 73% rispetto a marzo-ottobre 2019. Sono, inoltre, triplicate le richieste di aiuto via chat, passando da 829 a 3.347 messaggi. Numeri indicativi, questi, di quanto l’isolamento ha contribuito ad accentuare situazioni conflittuali domestiche anche preesistenti, e della difficoltà per le vittime di trovare spazi e possibilità per chiedere aiuto a causa della presenza assidua del partner violento all’interno delle mura domestiche. Nel primo semestre del 2020 i femminicidi sono stati pari al 45% del totale degli assassini, contro il 35% dei primi sei mesi del 2019, per raggiungere il 50% durante il lockdown tra marzo e aprile 2020. Questi sono avvenuti principalmente in ambito affettivo/familiare (90%) e da parte di partner o ex partner (61%).

Violenze gravi e soprattutto ripetute, creano nella donna un sentimento di ansia intensa o di paura generalizzata. I ricordi delle violenze possono emergere in modo inaspettato, sotto forma di incubi, flashback o “interferenze” nella vita quotidiana (sindrome post-traumatica da stress). Sovente la donna soffre di depressione o di disturbi d’ansia, problematiche nel rapporto col cibo o forme di dipendenza (più frequentemente alcool), fino al possibile esordio di sintomi psicotici. Inoltre, la violenza e lo stato di stress che accompagna la persona possono determinare una pletora di disturbi psicosomatici (come dolore pelvico cronico, disturbi del sonno, malattie gastrointestinali e cardiovascolari, lesioni fisiche). La violenza ha poi anche un impatto economico e sociale: le donne possono infatti soffrire di isolamento, difficoltà nel mantenere o trovare lavoro.

Diamo un taglio ai pregiudizi!

Partiamo ad esplicare la situazione con dei dati: il tasso di occupazione delle donne è di 18 punti percentuali più basso di quello degli uomini, il lavoro part time riguarda il 73,2% le donne ed è involontario nel 60,4% dei casi. I redditi complessivi guadagnati dalle donne sul mercato del lavoro sono in media del 25% inferiori rispetto a quelli degli uomini. La causa del divario riguarda il peso del lavoro di cura dei figli, delle persone anziane non autosufficienti e delle persone con gravi disabilità, che grava sulle spalle delle donne e che è assolutamente sproporzionato fra i generi. Il 65% delle donne fra i 25 e i 49, con figli piccoli fino ai 5 anni, non sono disponibili a lavorare per motivi legati alla maternità e al lavoro di cura.

Da dove iniziare? Forse il bandolo va individuato in quell’insieme di pregiudizi inconsci che influenzano dal profondo le nostre aspettative di genere e vanno a modellare pratiche e istituzioni. Una possibilità, secondo la sottosegretaria del ministero dell’Economia Maria Cecilia Guerra, potrebbe consistere in una maggiore offerta di asili nido attraverso la quale si possono raggiungere tre obiettivi: ridurre i forti divari di opportunità di cura ed educazione fra bimbi, che favoriscono la riproduzione e l’ampliamento delle disuguaglianze sociali, economiche e territoriali; alleggerire i carichi di cura che gravano sulle donne, favorendone una maggiore partecipazione al mercato del lavoro; attivare una maggiore domanda di lavoro in un settore dove è più alta la presenza femminile.

Ovviamente è importante agire in fretta, anche nell’ottica delle politiche rivolte appunto alla Next Generation. Tra le giovani donne è molto più diffuso il fenomeno dei Neet, i giovani fra i 15 e i 34 anni che non hanno un lavoro e non sono impegnati in corsi di studio e formazione. E qui il divario di genere è di circa 7 punti percentuali. Un’altra politica che troverà spazio già nella legge di bilancio riguarda l’incentivazione alla imprenditoria femminile, anche attraverso un accesso privilegiato al credito.

Per ulteriori informazioni

NUMERI TELEFONICI
Antiviolenza Donna – 1522
Carabinieri – 112

Polizia di Stato – 113
Emergenza sanitaria – 118
1522
App Polizia Di Stato sulla Violenza sulle donne
Mappa centri antiviolenza